Un intero giorno di blocco per dire basta. Mercoledì 7 gennaio 2026, il personale ferroviario di Trenitalia, Trenitalia Tper, Italo Ntv e altre aziende del settore incrocerà le braccia per otto ore, dalle 9:00 alle 17:00. Uno sciopero regionale in Emilia-Romagna, proclamato all’unanimità dai sindacati Filt-Cgil, Fit-Cisl, Uiltrasporti, Ugl Ferrovieri, Fast Confsal e Orsa Af, che avrà un impatto pesante sul traffico ferroviario.
È la risposta all’omicidio brutale del capotreno Alessandro Ambrosio, di 34 anni, trovato in una pozza di sangue nel parcheggio della stazione di Bologna. Un fatto di sangue che non è un incidente isolato, ma l’ultimo, terribile episodio di una situazione di insicurezza denunciata da anni.
La sicurezza negata: “Situazione divenuta insostenibile”
I comunicati dei sindacati non lasciano spazio a interpretazioni. Parole come “grave pregiudizio”, “pericolo” e “incolumità” ritornano ossessivamente. La Uiltrasporti Emilia-Romagna spiega come l’aggressione sia avvenuta in una “zona lavorativa da considerarsi protetta”, un luogo ad accesso riservato ai dipendenti. Questo dettaglio rende l’accaduto ancora più grave e segna il fallimento di quelle barriere che dovrebbero tutelare chi lavora.
“La situazione è divenuta ormai insostenibile, sia per chi presta il proprio servizio nell’area, sia per i viaggiatori”. Con questa frase lapidaria, la Uil fotografa la quotidianità di una delle principali stazioni italiane. Non è solo una questione di ordine pubblico, ma di dignità del lavoro e di diritto fondamentale alla tutela della persona sul luogo di lavoro.
Anche la Cgil regionale ricorda le sue “ripetute segnalazioni degli scali ferroviari come aree da attenzionare”. Il sindacato lancia un atto d’accusa preciso alla politica: “Anziché pensare a manomettere la Costituzione e a finanziare opere di dubbia fattibilità, questo Governo metta subito risorse e mezzi per rendere più sicure le aree delle stazioni”.
Le reazioni della politica: tra cordoglio e ricerca di responsabilità
L’onda d’urto della tragedia ha investito tutto l’arco politico. Il presidente della Regione Emilia-Romagna, Michele de Pascale, e l’assessora ai Trasporti Irene Priolo hanno definito l’evento “un fatto gravissimo e inaccettabile”, assicurando vicinanza alla famiglia e impegno per fare chiarezza. Parteciperanno a un presidio in Prefettura insieme ai sindacati.
Tuttavia, mentre i messaggi di cordoglio sono unanimi, le analisi delle cause e le proposte divergono. Da una parte, l’opposizione punta il dito contro l’esecutivo. L’europarlamentare Alessandro Zan (Pd) attacca: “Questa tragedia mette sotto accusa un’idea di sicurezza ridotta a slogan”. Raffaella Paita (Italia Viva) è ancora più diretta: “Il governo non sta facendo nulla”. Il M5S chiede una “strategia strutturale” che parta dalla prevenzione.
Dall’altra, esponenti della maggioranza come il deputato Enzo Amich (FdI), egli stesso ex macchinista, invitano a “proseguire nel rafforzamento dei controlli” e a intensificare la collaborazione con la Polizia Ferroviaria. Rosanna Tassinari (Forza Italia) parla di necessità di una “svolta sulla sicurezza” per Bologna, città che a suo dire è “diventata sempre più insicura”.
Nonostante le divisioni, un filo rosso sembra unire tutti: la consapevolezza che non si può tornare alla normalità di prima. Il deputato Pd Andrea De Maria auspica “serietà ed unità di intenti”, perché la sicurezza “si costruisce con l’impegno di tutti”.
Cosa significa per i viaggiatori e il futuro
Per i cittadini, la conseguenza immediata sarà la grave disruzione della mobilità regionale per tutta la giornata del 7 gennaio. I viaggiatori sono invitati a consultare gli avvisi ufficiali sui siti delle singole aziende di trasporto, come Trenitalia e Italo, per verificare la soppressione o il garantimento di corse essenziali.
Ma al di là del disagio contingente, questo sciopero pone una domanda cruciale a cui le istituzioni sono chiamate a rispondere: come si intende proteggere concretamente chi garantisce un servizio pubblico essenziale come il trasporto ferroviario?
L’omicidio di Alessandro Ambrosio e la ferma reazione dei suoi colleghi dimostrano che le telecamere e i proclami non bastano più. Serve una presenza costante, un progetto di riqualificazione e controllo degli spazi, un investimento reale in personale di sicurezza e in prevenzione. La dignità di un intero settore e la sicurezza di milioni di passeggeri passano da qui. Le otto ore di silenzio dei treni saranno un monito potentissimo: la prossima mossa spetta alla politica.



















